Viaggio nella spiritualità giapponese

Viaggio nella spiritualità giapponese

Ci sono molti modi di viaggiare o di affrontare un viaggio.
Per alcuni l’importante è la meta finale, per altri è fondamentale il percorso in sé… 
Ci sono persone che vanno molto lontano, mentre altre adorano la sicurezza dei posti più vicini….
C’è poi un altro tipo di viaggio, quello che inizia da un percorso interiore, alla scoperta di sé stesso.
Ed è proprio di quest’ultimo che voglio parlare nell’articolo di oggi.
La scorsa settimana, insieme a Sara, la mia insegnante di giapponese, ho assistito a un incontro molto interessante intitolato “La via del perfezionamento spirituale e il rifiuto del mondo nel Giappone medievale” tenuto dal professor Aldo Tollini, docente di Lingua giapponese classica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, presso il Museo di Arte Orientale (MAO) di Torino.
Ho trovato il seminario estremamente interessante e ho voluto approfondire questo argomento.
Quindi zaino in spalla e… si parte!

Pittura in stile giapponese che racconta la spiritualità nei confronti della natura
Un dipinto che richiama tutti gli elementi della natura

Verso un mondo che cambia: una nuova spiritualità

In Giappone il Medioevo era il periodo che va dal 1185 fino al 1868 (quindi attraversa oltre cinque secoli). Era l’epoca che vedeva la classe Samurai al potere, mentre l’Imperatore assumeva un ruolo di rappresentante spirituale.

L’avvento dei Samurai, portò con sé anche un cambiamento religioso con lo sviluppo a tutti i livelli del buddismo, fino ad allora conosciuto e praticato solo dalle classi aristocratiche.

La forte diffusione del buddismo, fece si che anche lo stile di vita delle persone cambiasse. Durante questo periodo, nacque una figura molto particolare, quella dei Tonseisha (遁世者), ovvero “i ritirati dal mondo”. Erano uomini che, non condividendo più i valori e la società in cui vivevano, decidevano spontaneamente di lasciare la civiltà e ritirarsi nei boschi per affrontare un viaggio interiore alla scoperta di se stessi.

Abbandonarono il loro stile di vita, la loro famiglia e lo status sociale ormai consolidato e acquisito.

L’obiettivo era quello di liberarsi di tutto ciò che era materiale e terreno, distaccandosi dal mondo e dai suoi problemi.

L’uomo doveva raggiungere una condizione tale per cui le inquietudini e i mali, che normalmente lo avrebbero afflitto, ora dovevano scivolare via, leggeri come polvere.

Ma tutto questo com’era possibile?

Solo attraverso il rispetto, la pratica quotidiana del buddismo e la meditazione si poteva comprendere il significato della nostra vita e, in ultima istanza, il raggiungimento del Nirvana.

Antica immagine di Murata Jukō, maestro della cerimonia del tè

Un percorso molto difficile

Questo desiderio e la volontà di abbracciare un nuovo stile di vita, non era però una cosa semplice.

Significava allontanarsi dagli amici, dalla famiglia e dai propri cari, abbandonandoli completamente.
Voi ce la fareste? Io ammetto che avrei qualche difficoltà.

Mi ha fatto riflettere molto la poesia scritta da un uomo che ha abbracciato questo pensiero.

Nel poema, lui è riuscito a descrivere e a trasmettere tutto il dolore, la tristezza, ma anche la forza di volontà che aveva messo in campo per potersi distaccare dalla famiglia.
Raccontò che un giorno, dopo aver preso la decisione di allontanarsi dalla società, tornò a casa per comunicarlo ai suoi cari.
La figlia di pochi anni gli corse incontro, felice di rivederlo.
Lui con un gesto brusco della mano la tenne a distanza. Sapeva che se non avesse mantenuto i nervi saldi, avrebbe ceduto e non avrebbe onorato la sua promessa.
La figlia non capì il suo comportamento (apparentemente insensato), rimase un attimo perplessa e poi scoppiò in lacrime.
Il pianto lo lacerò e lo distrusse interiormente, ma l’uomo cercò di mantenere tutta la freddezza di cui era capace e andò via.

Questo naturalmente è un caso estremo, ma è comunque molto difficile distaccarsi con la mente da tutto ciò che abbiamo di più caro. Non è infatti possibile riuscire a separarsi dalle cose terrene se il nostro cuore e la nostra mente rimangono sempre legati a qualcosa.

Vivere in mezzo ai boschi

Qual’era il luogo perfetto per riuscire a entrare in contatto con sé stesso, lontano da tutti e da tutto?

Ma vivendo in una casetta in mezzo ai boschi ovviamente!
Coloro che decisero di praticare questo tipo di scelta, iniziarono a vivere in abitazioni realizzate con materiali molto semplici e completamente immerse nella natura.
Queste case erano costituite da legno, paglia e fango. Caratteristica peculiare era la loro semplicità. Tutto quello che era superfluo o non pratico doveva essere eliminato.

L’obiettivo era quello di non essere “contaminati” nel proprio percorso interiore da fattori esterni.

Fra queste si contraddistinguevano anche le Chashitsu (茶室 – letteralmente “stanza del tè”), strutture realizzate specificatamente per la cerimonia del tè, composte da un viale lastricato che conduce alla porta d’accesso principale, luogo metaforico di transizione per lasciarsi il mondo esterno alle spalle.

Queste abitazioni assunsero il concetto di Wabi-sabi, ovvero di bellezza rustica, imperfetta.

Chashitsu
Chashitsu, la casa realizzata specificatamente per la cerimonia del tè

L’arte come strumento per conoscere se stesso

La casta dei Samurai, diversamente da quanto si potrebbe pensare, era costituita da combattenti, amanti delle arti.

Qualsiasi forma d’arte era quindi vista come via per raggiungere la perfezione individuale. Fra questa vi erano:

  • Cha no yu, l’arte nella preparazione del tè (la cerimonia del tè)
  • l’Ikebana, l’arte della composizione floreale, legata alla disposizione dei fiori recisi
  • Shodō, l’arte della calligrafia e della bella scrittura
  • La Via della Poesia

Con la pratica costante di queste attività e il tentativo di migliorarsi continuamente, era possibile raggiungere un livello tale che permetteva di concentrare la propria mente e aiutarla nel percorso di distacco dal resto del mondo.

Conclusione

I concetti presentati all’interno di questo post sono legati principalmente ad un cambiamento avvenuto durante il periodo medioevale. Tuttavia la volontà di separarsi dal mondo, non credendo più nei valori o nella società in cui si vive, è ancora oggi un tema di grande attualità.

Molte persone, soprattutto adolescenti e giovani adulti, praticano oggi un tipo di isolamento legato però ad altri principi. Spesso le cause sono riconducibili ad un senso troppo forte di oppressione proveniente dalla famiglia, dalla scuola e dalla dure e rigide regole imposte dalla società.
Sono chiamati Hikikomori (引きこもり) e decidono di vivere in totale solitudine all’interno della propria abitazione o addirittura solo in una stanza, senza avere contatti con il mondo esterno, familiari e amici.
Riesco solo lontanamente a immaginare quanto possa essere grande il disagio e il senso di malessere che queste persone stanno provando. “Spegnersi dentro”, non aver più voglia di vivere e di scoprire il mondo è una cosa straziante.

Nel Giappone medioevale l’isolarsi dalla società era una forma di ribellione. Significava dire “no” a qualcosa in cui non si credeva per cercare una propria strada. Oggi l’isolamento degli Hikikomori rappresenta invece il bisogno di comunicare ed esprimere un proprio malessere interiore, senza però riuscire (almeno da soli) a trovare una via d’uscita.

Oggi molti occidentali hanno iniziato un percorso simile a quello dei Tonseisha durante il medioevo giapponese, conducendo una vita semplice, frugale e in luoghi meno conosciuti e frequentati.
Hai mai vissuto un’esperienza simile o ti piacerebbe poterlo fare un giorno? Lascia qui sotto un tuo commento raccontandomi la tua storia!

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